Il jazz non è per tutti, e nemmeno certi bar

A volte le persone deturpano i posti. Li spengono, ne deformano l’atmosfera, ne risucchiano la magia sfigurando l’essenza della loro architettura. Bruciano il silenzio, lo inceneriscono, coprono la musica con parole vuote, senza che quello che esce dalle loro bocche abbia spessore o direzione.
Coprono il jazz con parole vuote. Bestemmiando. Perché i posti intimi con luci soffuse  e vinili e strumenti in bella vista “che cazzo di posti sono” e il jazz “che cazzo di musica è“.
Però vi capisco, avete ragione, è bello sentire come i bassi possano farti tremare la pancia mentre ti fai spaccare tutti e due i timpani sotto cassa. Ma è bello quando lo spettacolo è autentico e sudato, quando ti sta insegnando qualcosa, quando ti sta portando da qualche parte. E cioè quando lo spettacolo non è una playlist pronta, impacchettata, scaldata al bisogno e servita.

(Sempre e solo secondo me)

Mi fa paura come la maggior parte della mia generazione non sappia riconoscere l’identità di certi posti.
Mi dispiace vedere come per i più i “posti” siano solo luoghi fisici dove mostrare ciò che di più caro hai – dove per caro non intendo di certo quello che ti rende “persona”, che ti rende umano, che ti rende unico. I bar sono solo luoghi fisici in cui lasciare soldi in cambio di chissà quale alcol, come se anche i distillati non avessero una loro storia e provenienza, dove l’importante è che ci sia l’ultima hit che passano in radio a un volume spropositato che non ti permette di parlare al tuo amico a 20 centimetri di distanza, dove l’importante, per farsi notare, è alzare la voce, sicuramente non l’avere qualcosa da raccontare.
Mi fa paura vedere come la gente non sappia riconoscere l’atmosfera di certi bar e il comportamento e la decenza che richiedono, probabilmente perché la mia generazione è abituata a tutt’altro: è abituata al chiasso, al baccano, alla folla, alla massa. Perché se un posto non è affollato e pieno zeppo di gente che farnetica è  un posto di merda.
Certi posti non sono per tutti. Così come certi posti non fanno per me. E attenzione, non mi considero affatto meglio degli altri, ma così tante volte sono stata guardata in modo schifato per quello che ascolto che ho finito per sentirmi un alieno spaesato in un mondo di umani che sanno sempre quello che vogliono, come se in questo mondo ci fossero ancora cose certe e sicure, poi.

Mi fa paura vedere quant’è considerato importante fare quello che fanno gli altri,  passare la vita a fare quello che la società ti impone, dove se preferisci fare altro sei poco rispettoso  o vuoi fare lo snob, se non fai quello che fanno gli altri sei asociale, mentre tu stai solo cercando di fare meno torti possibili a te stessa, di farti meno male che puoi.
“Asociale”. Quante cazzo di volte mi sono sentita ripetere questa parola. Perché mica è ammissibile avere altri gusti di musica, mica è ammissibile guardare il mondo con occhi che non siano quelli con cui lo guardano tutti. Chissà poi perché la gente si sente sempre autorizzata a schifare la vita degli altri.
Mi fa paura vedere come ci sia solo un modo concepibile di vivere la propria gioventù. Mi fa paura come in questo mondo ci siano solo un modo giusto e un modo sbagliato di vivere le cose, un modo che rende fighi e altolocati e accettati da tutti e un modo da sfigati, mi fa paura la gente che diventa cieca davanti a un’infinità di alternative.

Le persone mi fanno paura perché sembrano solo dei corpi atrofizzati dalla droga più comune che passano. Corpi che non si fanno domande, che non si chiedono cosa c’è dietro e oltre le cose che vedono, che ascoltano o che tengono in mano, che non si chiedono cosa si possa fare per migliorare, che non considerano acculturarsi un modo per crescere e sviluppare il senso critico che ti permette di muoverti tra i rovi dell’esistenza.

Coprono il jazz con parole vuote, si sentono disorientati dal carattere forte di certe pareti che trasudano storia e passione. Si sentono persi in posti che non abbiano l’arredamento minimal comprato la settimana prima da Ikea – e rinnovato costantemente perché bisogna essere sempre cool e al passo coi tempi. E quindi quando la gente si trova in posti diversi non si sa comportare, perché è abituata ad altro. E li trasfigurano, non li rispettano, alzano la voce perché non sanno apprezzare il silenzio, stuprano il jazz. Danno palese dimostrazione di quanto sia difficile comprendere l’arte che c’è (quasi) dietro ogni cosa a questo mondo.

Ma cosa ne capite della poesia di certi posti dove passano jazz. Dei posti in cui puoi sederti al bancone e parlare col proprietario tuttofare e  imparare qualcosa da chi ne sa più di te. Dei posti in cui impari qualcosa ascoltando e non stando chinato sui libri. Cosa ne sapete del regolare il tono della propria voce perché c’è dell’altra gente che parla di vita, a voce bassa. A voce bassa per non disturbare e per non coprire la musica.
Certi posti non sono solo posti, certi bar non sono solo bar: sono mondi che rispecchiano l’identità di chi porta avanti la baracca, rispecchiano la musica e la musica rispecchia loro, rispecchiano un modo di essere, un modo di vivere, sono estensioni di storie e personalità.

Forse non li capiscono, le persone, questi posti.
O forse questi posti non vanno capiti, ma vanno vissuti.
Proprio come il jazz: non bisogna capirlo, bisogna ascoltarlo.

E questo è solo un flusso di pensieri di una persona che si sente ignorante, che non si sente mai all’altezza di quello che il mondo chiede, e che non si sente assolutamente confortata da chi è più ignorante di lei, ma al contrario si sente abbattuta perché per imparare tanto in questa vita serve anche avere degli stimoli. E far parte di una generazione che non cerca stimoli, che prende solo quello che passa e che si fa andare bene tutto non aiuta.

Oh, quanto mi piacerebbe saperne di più. Di vita, di musica, di jazz, di blues, di rock, di distillati, di storie sudate e di vite vissute, di pezzi di mondo e di continenti  interi. Di musica che non posso conoscere, di musica inaccessibile e non rintracciabile su Shazam.

Il jazz mi ha fatto capire come siano meglio poche parole piene che un miliardo di parole vuote e come meglio del silenzio ci siano solo le parole pesate, pensate, dosate, piene: parole, ma poche, e con un significato. Invece è stato il blues a farmi capire come invece sia  superficiale e futile passare la vita a cercare di essere perfetti, ma il blues merita un encomio a parte.
Ecco, il jazz ti ricompone, lascia lo spazio giusto tra il silenzio e le parole essenziali, ti dà il tempo di ascoltare, ti fa prendere ritmo e poi ti fa fermare, ti fa pensare e contemporaneamente ti libera dai pesi che senti sul cuore, ti riporta coi piedi per terra e allo stesso tempo ti fa viaggiare in posti che non c’è bisogno di definire o a cui per forza bisogna dare un nome, ti fa tornare nella tua dimensione e contemporaneamente proiettarti in un’altra, sempre e comunque tenendoti saldo a chi sei.

La mia generazione mi fa paura perché è spesso alla spasmodica ricerca di cose vintage, e quando trovano una cosa che vintage lo è davvero (perché ha la forza di resistere all’omologazione) la disprezza.
La mia generazione è paradossale.

Ecco, gente, se non riuscite ad ascoltare il jazz e se non riuscite a vivere certi posti con l’educazione – musicale e non – che richiedono, fatevi un favore: uscite.
E lasciateci ascoltare il jazz.

La prima domanda 

Ho riincontrato delle persone che non vedevo da anni. Non scenderò nello specifico delle loro identità

1) perché non importa, credo

2) perché sono vigliacca per fare frecciatine e perché qui non mi legge quasi nessuno ma poi alla fine si sa che non si sa mai

3) perché volendo 2+2 fa 4 e la matematica non è un’opinione

4) il punto numero 3 non l’ho capito manco io.

Questa è una riflessione che mi covava dentro da un po’, giusto il tempo di farla maturare abbastanza da riuscire a metterla nero su bianco, e dita su smartphone, a caso. In una di quelle notti in cui la sveglia è più vicina di quanto io possa davvero rendermi conto e in cui dovrei dormire già da un pezzo ma ho le parole qui, proprio qui, sulla punta delle dita, e non posso fermarle perché se le fermo poi rimando e se le rimando poi non scrivo più. (Quando quelle scomode sono sulla punta della lingua, purtroppo o per fortuna, cerco di trattenermi).

Quindi dicevo. Di queste persone che non vedevo da un po’, da anni. Episodi diversi di serate diverse di mesi diversi (stesso anno però). E io sarò giovane, e queste saranno anche domande da giovani, e quindi quella confusa e con la disfunzione di crescita sarò io, ma proprio non la capisco questa gente che – passato il momento d’euforia fatto di baci e abbracci – non chiede nemmeno come stai che passa a domande tipo “Sei fidanzata? Ti vedi con qualcuno? Esperienze? Ancora etero o bisex o lesbica?” oppure “Be’ quindi l’università? Quanti esami ti mancano? Quando ti laurei?”. Senza darti la possibilità di raccontarti, di scegliere come raccontarti, cosa raccontare. Senza lasciarti scelta. Perché se non rispondi sei maleducata e se cerchi di raggirare la domanda si capisce e quindi sei maleducata e tu sei stupida e la tua parte ingenua emerge e poi finisci per sentirti con le spalle al muro e dover rispondere perché se non sarai sincera ti sentirai sporca per mesi.

E se prima sganceranno un come stai? o un come va? sarà solo per sganciare anche un’illusione. E fionderanno subito addosso tutta quella raccolta di quesiti che a me personalmente generano quella sensazione non ben localizzata fisicamente e manco psicologicamente che si chiama  ansia, e io sarò anche un caso patologico ma dai cazzo manco i miei parenti mi fanno così tante domande. Dai.

E poi – plurale maiestatis perché non posso auto-escludermi arbitrariamente dalla  categoria di gentemmerda – se quando parliamo con la gente non ascoltiamo le risposte stiamo automaticamente trasformando la conversazione in un monologo.

Nella maggior parte dei casi – e per quanto mi riguarda nella totalità dei casi accaduti quest’anno – le tanto ansiogene domande saranno poste non per puro e semplice ed affettuoso interesse, deriveranno piuttosto da una spinta egoistica che li porterà a replicare con risposte migliori delle tue, che sottolineeranno quanto la loro vita sia meglio della tua, che a loro mancano meno esami, che loro hanno una situazione sentimentale movimentata e instabile e mai noiosa. Bravi. Io invece faccio parte del gruppo vitadimmerda.

E scrivendo mi vengono in mente mille episodi e mi sono ricordata anche di quando mi sono fatta ingannare bellamente dall’iniziale finto interesse di questa gente, provando ad aggiornare X su una faccenda – affrontata parzialmente insieme e che in questi anni di non-incontri a me ha scombussolato la vita – pensando potesse davvero suscitare una reazione o un dialogo concreto riguardo andamento e ritmo delle rispettive esistenze. Niente, la risposta è stata un “Eh va be’ immaginavo” seguito da risata fatta di gusto. Si, una risata. Seguita da un “va be’ dai comunque parliamo d’altro perché io mi sto vedendo con Tizio ma Caio rompe il cazzo perché Sempronio è sempre in mezzo tra me e Tizio cioè dai cheppallechevitadimmerda”. Mentre tu nel frattempo resti così, scoperta, nuda, spogliata dalla tue stesse verità. Coi dolori e le ferite aperte. Mentre loro ridono.

Bravi. Bravi tutti. Interpretazione da premio Oscar. Ora passiamo alla realtà, dai. No?

E non parlo di gente a caso, parlo di gente con cui ho condiviso case, con cui ho condiviso la mia adolescenza e parte della crescita e tutti i disagi che comportano, gente con cui ho condiviso notti giornate chilometri libri musica. Pioggia, sole, vento e terra negli occhi. Gente da cui ho avuto consolazioni a volte ma anche critiche dure e pesanti (che se ci penso fanno ancora un po’ male). E ancora letti, coperte, cuscini, e sedili su macchine e sedili su pullman o camminate o tram o autobus o aerei o treni. Stanze, cucine, corridoi, bagni. Gente con cui ho condiviso involontariamente attacchi di panico e attacchi d’ansia che, ci penso mentre scrivo, loro credevano finti e sintomo solo di ricerca spasmodica di attenzioni. Ma tant’è. C’ho condiviso sigarette, birre, caffé e tutte le chiacchiere intorno. E il caldo delle estati afose e il vento freddo degli inverni ventilati. Zanzare e insetti più grossi da cui scappare come bambini. E foto e scherzi e risate. Sofferenze. E poi gioie. E dolori. E sprazzi di felicità. Perché forse questo è crescere: alti e bassi, montagne russe, piedi a terra e giostre vertiginose.

E la sensazione è che, dopo tutto, a questa gente la mia vita non fa più né caldo né freddo. Non sentiamo più nè l’afa nè il gelo.

La mia domanda, invece, è: perché ridurre una persona ai suoi successi accademici o all’andamento della sua vita sentimentale? Perché dopo anni non v’interessa sapere altro di quelle persone? Non ci sono altre mille cose da raccontare? Perché non lasciate alla gente la libertà di scegliere di cosa rendervi partecipi? Non abbiamo imparato, oltre le estati e oltre gli inverni, durante le primavere colorate e gli autunni pieni di foglie, che non siamo solo quello?

Perché, a me, invece piacerebbe sapere come siete cresciuti.  Non mi interessano i vostri successi, che poi siamo giovani, e a quest’etài successi possono davvero essere chiamati successi? Raccontatevi, sforzatevi, cercate di sostenere conversazioni che vadano oltre le superficie delle cose. Andate oltre futili lamenti fatti inopportunamente sopra comunicazioni di servizio importanti ignorate con nonchalance disarmante.

A volte ci si dimentica il perché si evita certa gente per tanto tempo. Questi episodi sono serviti a ricordarmelo. Cos’ho da imparare da gente che mi fa sentire così piccola e insignificante?

Siamo ancora nel mezzo del cammin di nostra vita. Anzi. Mica tanto nel mezzo, ancora.

Farò più attenzione alla prima domanda che rivolgerò alla gente. E soprattutto mi ricorderò di stare attenta alla risposta. Sempre.

Avanti

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Ho provato ad urlare nel bel mezzo di un sogno, l’altra notte. Ma la mia voce non veniva fuori, era muta, spenta, zittita dalle cose che ti piombano addosso e che non ti lasciano fiato, proprio come quando siamo svegli.

In quel momento ho realizzato che era un incubo, che quella sagoma contro cui non riuscivo ad urlare eri tu, la mia più grande paura e il mio più grande desiderio, quello che era un bisogno ma è stata una rovina, il mio più grande timore, il mio più grande dolore. Un incubo da cui non riuscivo a uscire, lo stesso da cui non sono riuscita ad uscire per anni, lo stesso che trattiene ancora oggi metà di me.

E ho riprovato di nuovo quelle sensazioni che ho fatto una fatica immane a scrollarmi di dosso.
Come la paura di essere privata, ancora, di quello che sono riuscita a raggiungere,
la paura di essere trascinata giù,
la paura di non riuscire a schivare colpi,
la paura di non riuscire a respingere il male dal mio immenso di bisogno di bene,
la paura di vedere annullati tutti i miei passi avanti, i miei progressi,
la paura di guardare quello che c’è dietro le mie spalle,
la paura di rivedere riemergere una parte di me che fatico ancora a lasciare andare via. Che ogni tanto fa capolino e che io non riesco a cacciare perché in fondo sono io, sono stata io, e volente o nolente sarò sempre io.
La paura di essere così tanto lontana da me. La me più debole e vulnerabile e più piena di buio.

Eppure la sensazione era reale: inerme, immobile, impotente.
Tentavo di reagire e tu non potevi sentirmi, non volevi ascoltarmi.

E io urlavo ma la mia voce era bloccata lì, sempre in quella camera, sempre da quel lato del letto. E nell’incubo era il tuo, e nella realtà era il mio, ma era comunque un indifendibile sonno.

Come quest’ultimo anno, come quelle gabbie mai aperte e che adesso hanno sprigionato turbini e casini e amplificano rancori e invidie e cattiveria che io sono riuscita a non prendere di faccia ma che ho preso tutte di pancia, di cuore, di testa.

Conto gli anni secondo anni accademici e tra le tante cose studiate quest’anno ho imparato l’autocontrollo davanti a chi autocontrollo non ne ha.
Poi però c’è cuore che va a mille, che sembra dire ai miei pensieri di fermarsi, c’è il sudore freddo, ghiacciato, e poi le mani che tremano, le gambe che non reggono, il respiro corto, pesante, che non ce la fa, le lacrime che bruciano e che sul mio dolore sembrano fuoco.

Accasciarsi.

Bisogna uscire il più presto possibile da certe prigioni, per non restare intrappolati, per non venire risucchiati in un mare al contrario che  spinge verso il fondale.

Ed era solo un incubo, si, ma pare sia arrivato per ricordarmi quella cosa che mi ripeto da un po’: non voglio più tornare indietro.

(In foto: il Museo Ungherese dell’Agricoltura, all’interno del Castello Vajdahunyad, Budapest. 

In un giorno, anzi, in una sera   freddissima di gennaio 2015)

Vocabolari poco sensibili e lamenti deleteri

SPOILER: contiene una pericolosa forma del “È brava ma non si applica”

Se c’è una cosa che ho imparato (forse) in questi ultimi mesi è che ci sono delle specifiche condizioni in cui non bisognerebbe mai lamentarsi:

1) Quando hai provocato tu il problema di cui ti stai lamentando.
(Prima lamentati con te stesso e giungi alle tue conclusioni)
2) Quando puoi risolvere il problema di cui ti stai lamentando.
(Perché perdi tempo a lamentarti se puoi risolvere l’intoppo?)
3) Quando ti lamenti di problemi o condizioni che, con un veloce e indolore esame di coscienza, ti rendi conto di non avere.
4) Vedi il punto numero 3 + lamentarti davanti a persone che effettivamente e visibilmente soffrono di quel problema.

Io non mi colloco assolutamente nella cerchia (ristretta) di coloro che non si lamentano, che non fanno mai trasparire una goccia del proprio sudore, che mandano giù bocconi amari, che non si piangono addosso e appaiono sempre forti – magari pur passando un periodo di debolezza, di malessere, di dolore, di quello che volete. Anzi.
Sono sempre stata una lagnosa di merda, però ho notato – ovviamente molto di persona ma anche sui social – che lamentarsi ci sta, è umano, è naturale. A patto che non si faccia solo quello.

Dei lamenti ci si stufa, è più bello ridere delle cazzate di cui ci lamentiamo. Coprirle di umorismo e affrontarle con uno spirito diverso.
E poi eliminare, far volatilizzare, incenerire quel fottutissimo tono piagnucolante e falsamente colmo di strazio, da vittime, da lacrime di coccodrillo intercalato da oddeo non ce la posso fare-che depressione-la vita è una merda-capitano tutte a me-come farò-mi suicido.
Evitate per lo meno di usare quelle cantilene deleterie per chi vi ascolta, perché hanno la stessa funzione di un spray per zanzare o del veleno per topi: farà allontanare gli esseri irritanti.

Non dite che siete depressi se un modello di jeans o leggins o gonna non vi vanno bene o vi fasciano un po’ di più.
Non usare la parole anoressia mentre descrivete una condizione fisica di una top model o mentre incoraggiate la vostra amica a interrompere una dieta perché ha quattro etti in meno di voi: l’anoressia non è solo una condizione fisica e visibile.
Non dite che siete obesi se avete una taglia tra la 36 e la 42 e se è evidente che non abbiate grasso pendente sparso per il corpo.
Non dite che siete alcolizzati se avete preso due cocktail al posto di uno e se 3/4 del secondo l’avete fatto finire agli altri (Spoiler anche qui: la strada verso l’alcolismo è molto lunga).
Non dite che siete pazzipsicopatici se vi svegliate dal letargo della vostra vita e cominciate a fare in differita le cose che fanno le persone. (Spoiler: state facendo quello che il resto del mondo fa di solito: vivere)
Non dite che siete poveri se potete permettervi sciarpe da 400€, borse da 750€, scarpe da 160€, gioielli da 300€ (ma anche sciarpe da 40€, borse da 75€ e così via).
Non dite che avete problemi mentali o che avete bisogno di aiuto se rompete la vostra routine e uscite più volte a settimana e vi sembra di fare la cosa più trasgressiva di questo mondo.

Se vi impegnaste ad osservare un po’ di più chi e cosa avete intorno, imparereste che il mondo è pieno di persone che vivono e fanno le cose senza doversene necessariamente e insensatamente lamentare. E che soprattutto se la gente non si lamenta non significa che sia felice, che non abbia problemi, che tutto le fili sempre liscio: piuttosto sarà gente che ha deciso di non ammorbare gli altri con i propri fardelli perché ognuno ne ha di propri.
E soprattutto il mondo è pieno di persone che soffrono realmente delle malattie o condizioni che voi usate per descrivere la vostra quotidianità – e a volte possono essere le stesse persone che state guardando negli occhi in quel momento.
Certe parole, certe condizioni e certe realtà vengono inevitabilmente svuotate del loro significato e delle difficoltà che  il conviverci comporta, vengono private della loro identità. È un po’ come sminuirle, non riconoscerle, ignorarle, far finta che non esistano.

Forse alla base c’è un grande problema di comunicazione, di incapacità di dosare le parole, di assurdità nell’inserire patologie più o meno serie nel linguaggio quotidiano. C’è un problema di sensibilità, di tatto, di profondità d’animo.

E non si tratta di sdoganare tabù, si tratta di sensibilizzare anche il nostro vocabolario, che è  l’espressione più tangibile e palese di quello che siamo.

Credo di essere arrivata a un punto della vita in cui analizzo (addirittura…) e distinguo (pure!) i lamenti. In cui non so se sono peggio i lamenti monotematici o le lagne che spaziano dall’ambito tecno-scientifico, a quello socio-culturale, a quello culinario, all’ambito delle competenze acquisite per sopravvivere e combattere l’inettitudine, spesso accompagnate da una pressoché inesistente conoscenza teorica e pratica degli argomenti tirati in ballo.

(Così giovane e già così scienziata…)

Ci sono lamenti della gente che stancano, sfiniscono, inutili, insensati, lamenti di cose e problemi inesistenti, di piccolezze, di insoddisfazioni che sono causate in parte da fantasie esagerate del momento e in parte da una propria non-volontà e dalla poca propensione a cambiare. Dai ammettiamolo, ‘sta gente è una piaga sociale.

E poi ci sono i lamenti che più che lamenti sono intersezioni con domande, con riflessioni, con pensieri ragionevoli e razionali volti a trovare una soluzione per venirne a capo o per lo meno all’imparare qualcosa.
Ma questa cosa come potrei risolverla?
Mi fermo un attimo e ragiono e magari imparo anche qualcosa su come vivere?
O affronto tutto alla cazzo di cane così mi vanno in tilt tutti e due gli emisferi del cervello? 

Bizzarro poi, il proverbio nientepocodimenoche siciliano “Lamèntiti si vo’ stari beni”, ovvero “Se vuoi stare bene, lamentati”.

Ecco io adesso non vorrei fare la paladina della modernizzazione della tradizione linguistica ed idiomatica siciliana ma forse è meglio aggiornarlo ‘sto proverbio.
Io la butto lì:
Datti da fare se vuoi stare bene, lamentati se vuoi passare la vita a scartavetrare i coglioni agli altri anziché aprire bocca per dire qualcosa di sensato, qualcosa che può far riflettere-ragionare-strappare una risata-un sorriso.

La differenza tra il passare la vita a lamentarsi e tra limitare e dosare i propri lamenti è come la differenza tra chi puzza e non puzza: la gente si allontanerà dalla prima categoria e forse sarà più propensa a parlare con la seconda.

ULTIMO SPOILER:
Si, mi sono lamentata della gente che si lamenta.

Granate

 

Non è che scrivo solo cose tristi, è che scrivo quando tutto arriva oltre il limite della sopportazione e supera anche la razionalità.

Scrivo perché forse è l’unico modo che ho di mettere in ordine la confusione che si viene a creare quando tutto intorno a me esplode, e io, parallelamente, implodo.
E l’estenuante ricerca di spiegazioni che non esistono mi porta solo a somatizzare tutto quello che provo e che forse a volte, da fuori, riesco a tenere sotto controllo, ma dentro, dio, che traffico dentro.

I miei tentativi di tenere sempre tutto in una campana trasparente tirata a lucido con la logica, e la consapevolezza di non riuscire a tenere proprio niente in questa campana, sembrano una guerra  che ha luogo solo dentro di me ma di cui faccio trasparire tutti gli effetti e le ripercussioni.

È che siamo tutti un po’ stronzi dentro, solo che c’è chi è portatore sano e chi no, e probabilmente non spetta a noi stessi collocarci da una o dall’altra parte.

È che crescere, forse, significa anche non scervellarsi per dare una spiegazione a tutto, perché non tutto ha una spiegazione. Non lo so, probabilmente potrò dirlo tra almeno una decina d’anni.

La mia vita in questo momento è come quando in estate cominciano a tirare fuori canzoni latino-americane e a lanciarle in giro come se fossero granate, e tu sei consapevole che ovunque andrai  dovrai subirle e sentirle fino a quando l’estate non finirà, e a volte pure oltre, o fino a quando non sverrai esausta e con le orecchie che sanguinano.

Belle ‘ste granate eh, belle proprio, sempre più sorprendenti. Mi fanno venire voglia di commissionare una bomba atomica, peccato che non conosca nessun ingegnere russo, americano o cinese, e quindi niente, mi siedo qui, apro un’altra birra, accendo un’altra sigaretta, fantastico con un po’ di timore sulla prossima granata, rimetto a posto le macerie, quantifico i danni. Ci vorrà un po’ a sistemare tutto.

Chissà se prima o poi potremo chiedere un rimborso.

Dispersioni nella via Lattea 

Non mi ferisce la gente che se ne va. Mi ferisce tutto il resto.

Mi ferisce chi se ne va e fa finta di niente. Chi si porta via un pezzo di me.

Di chi si porta via un pezzo di me che farò fatica a ritrovare, ci metterò tutto il tempo che ci ho messo per costruirlo, mattocino per mattoncino, di nuovo, ancora, con tutto il sudore e la fatica che ci vuole.

No.

Passi anni a rinchiuderti a riccio, a non esporti, a mostrarti fredda per paura di essere più vulnerabile, a trattenere il respiro quando vorresti urlare, a stringere fortissimo i denti quando vorresti piangere, a fare respiri profondi prima di aprire bocca. E ti abitui alla gente che ti vede totalmente l’opposto di quello che sei, forse ti proteggi, incassi i colpi e non fai trasparire il dolore, mai.

Lo vivi, lo somatizzi, te lo godi.

Passi il tempo a negarti a te stessa, a negarti agli altri, a vietarti da sola la possibilità di essere, di esserci al mondo.

Le paure soffocano, a volte sembrano una morsa che ti stringe la bocca dell’anima, ti riempiono di buio, diventi buio, rifiuti la luce.

Rivelarsi significa mostrarsi, mostrarsi significa dare una prova tangibile al mondo della tua esistenza.

Ma il buio a un certo punto diventa confortevole. Non ti vedi, e soprattutto non ti vedono.

E quando poi decidi di mostrarti lo fai perché pensi che per una volta sia giusto non costringerti a nasconderti.

Colleghi i tuoi sbagli al buio a cui ti sei affidata per tutta la vita.

Decidi di esporti, decidi di dire chi sei, decidi di renderti vulnerabile, di parlare, di cercare di far capire, di lottare per quello di cui hai bisogno.

Ti rendi ancora più vulnerabile e, cazzo, che fatica, dopo tutte queste chirurgiche attenzioni e questa minuziosa precisione che ci hai messo per non permettere agli altri di graffiarti, di ferirti, di farti sanguinare.

E alla fine non era poi così male. Non è così male ammettere a te e agli altri che si, hai un cuore anche tu, che tu l’hai sempre saputo, anche se esporti resta sempre un ostacolo.
Il problema di non fidarsi mai è che quando ci si fida e poi ti deludono sembra che ti sia crollato addosso non il mondo, non il sistema solare, ma tutta la via Lattea.

Essere feriti per una seconda volta significa sentirsi addosso tutta la via Lattea e qualche altra galassia qua vicino.

Fidarsi è uno sbaglio, affidarsi è uno sbaglio più grande. Abbandonare senza un motivo preciso chi si è affidato è uno sbaglio enorme. Sparire e dire “non so perché” a chi ti ha donato pezzi di vita e pezzi di morte è uno sbaglio colossale.

E no, non giudico. Io che di esternare sentimenti non ne so un cazzo, non posso giudicare. Ma so, conosco, rifletto, traggo le mie conclusioni mentre cerco di smettere di sanguinare. Come se il sangue non lasciasse macchie. Come se bastasse solo l’acqua ghiacciata per farlo andare via. 

Incassiamo colpi, i nuvoloni non dovrebbero più farmi paura.

Ad ogni pensiero un sorso di vino, come se potesse disinfettare le ferite. Ed evidentemente non era abbastanza.

Alla fine la paura del buio non era così male. Ne sarei uscita illesa.

Ho trovato famiglia

Mi piace pensare che tutte queste polemiche e tutti questi avvenimenti possano fare in modo che qualche testa di cazzo si soffermi a pensare davvero al concetto di famiglia. Magari anche a rivalutarlo, anche se ho da poco constatato quanto sia difficile provare a far capire concetti che richiedono una apertura mentale maggiore di 90 gradi. Non posso essere in piazza a manifestare e a metterci la faccia ma io voglio fermarmi a pensare.

Non se sia un pensiero corretto ma trovo paradossale che essere stati privati di una famiglia vera possa portare a cercare una famiglia ovunque. Senza distinzione di razza, sesso, religione, orientamento politico (mh, si dai), gusti musicali (di questo sono ancora meno convinta) ma soprattutto senza distinzione nella modalità di aggregazione.

Trovo altrettanto paradossale, invece, che ad essere a favore del #FamilyDay e contro unioni e adozioni omosessuali siano coloro che vivano nella classicissima e tradizionalissima famiglia, proprio coloro che essendo soggetti a sconfinato amore dovrebbero capirlo più di tutti.

Chiaramente parlo e rifletto sull’unica discussione che ho affrontato a riguardo.

Io ho trovato una famiglia sotto i palchi, ai concerti, nelle transenne conficcate nello stomaco che fanno venire i lividi, ho trovato famiglia a chilometri di distanza dal punto in cui mi trovavo, ho trovato una famiglia in persone che condividevano le mie stesse emozioni e le mie stesse canzoni e le stesse sensazioni, pur non avendo incrociato mai i loro occhi.

Ho trovato una famiglia nella signora che mi ha soccorsa e tranquillizzata e mi ha raccontato la sua vita quando Catania era sommersa dall’acqua e io con la valigia e l’acqua fino alle cosce non riuscivo a muovermi e ho temuto di essere trascinata via.

Ho trovato una famiglia nelle mie canzoni, nei tramonti, nell’Etna innevata, nei libri, nel proprietario del negozio di musica sotto casa che dopo avergli chiesto del cofanetto di The River del Boss di raccolte jazz e blues mi ha guardata emozionato e mi ha stretto la mano.

Ho trovato famiglia in qualsiasi persona o cosa o animali grazie ai quali mi sono sentita compresa, meno sola, più degna di far parte di questa vita.

Ho trovato famiglia nei miei amici, nei miei parenti, negli sconosciuti, nel barbone a cui ho regalato le scarpe da work out, anche se ho visto che non le ha mai messe.  

Ho trovato famiglia in chi, non avrebbe dovuto farlo ma, mollava tutto e scappava quando combinavamo dei casini pazzeschi. In chi è sempre stato pronto a darmi tutto pur di levarmi un po’ dei pesi che sono costretta a portare.

Ho trovato famiglia nella mia nonna che a quasi 92 anni suonati non fa che ripetere a tutti quanto ci vuole bene e che ci ha cresciute e che siamo la sua vita, forse perché non ricorda più quanto fossimo bastarde io e mia sorella da piccola. L’amore lo immagino così. 

Ho trovato famiglia sui treni, nei miei momenti di solitudine voluta e in quella forzata.

Ho trovato famiglia in ogni parola che il mio cantante mi ha dedicato, in “BBBERT”, in occhi incrociati durante le mie canzoni, in sorrisi che mi hanno fatta rinascere, in “se hai un sogno inseguilo”.

Ho trovato famiglia in ogni lacrima che sono riuscita a tirare fuori e in ogni risata che ho fatto di gusto.

Ho trovato famiglia nelle persone o nelle canzoni mi hanno fatto sentire meno sbagliata.

Ho trovato famiglia in chi non c’è più e in chi è sempre e comunque con me.

Ho trovato famiglia nel mio gattino, Joyce, che è stato con me per 16 anni e poi ha lasciato questa terra proprio quando io ero distante, fuori dal mio triangolo di terra, fuori dallo stivale, fuori da tutto.

Ho trovato famiglia nei miei rituali, nelle mie abitudini, nelle mie cuffiette.

Trovo famiglia ogni volta che mi sento leggera. Proprio come la canzone.

Sto trovando famiglia adesso, su un treno, per stare a casa per meno di 24 ore e per far vedere a mia nonna quanto belli siano i miei ricci oggi.

Dopo 20 anni ho scoperto e trovato una famiglia anche nella mia stessa casa, proprio quando quello che dovrebbe essere il pilastro ha deciso di andare via.
Quindi famiglia tradizionale un paio di coglioni. Io c’ho messo 20 anni. 

Per questo mi piace crederci.

Mi piace avere speranza.

Ancora. Per sempre. Fin quando ce ne sarà bisogno.